Che fare con la Merkel

Dal 18 aprile 1948 non c’è forse mai stata, nella recente storia d’Italia, una scelta tanto importante e densa di conseguenze come quella che ci aspetta nei prossimi mesi (o settimane). Bisogna decidere se rivolgere ad alcuni organismi sovranazionali europei la formale richiesta di acquistare titoli di stato (in modo da abbassarne i rendimenti che da sei mesi ballano attorno al 6 per cento squilibrando il bilancio pubblico) e accettare le condizioni in materia di politica economica connesse a tale intervento. La decisione, che ipoteca un arco di tempo non breve, incide sia sulla sovranità nazionale sia sul ruolo e lo status dell’Italia nell’Unione europea di cui siamo uno dei sei soci fondatori. di Antonio Pilati
3 AGO 20
Immagine di Che fare con la Merkel
Dal 18 aprile 1948 non c’è forse mai stata, nella recente storia d’Italia, una scelta tanto importante e densa di conseguenze come quella che ci aspetta nei prossimi mesi (o settimane). Bisogna decidere se rivolgere ad alcuni organismi sovranazionali europei la formale richiesta di acquistare titoli di stato (in modo da abbassarne i rendimenti che da sei mesi ballano attorno al 6 per cento squilibrando il bilancio pubblico) e accettare le condizioni in materia di politica economica connesse a tale intervento. La decisione, che ipoteca un arco di tempo non breve, incide sia sulla sovranità nazionale sia sul ruolo e lo status dell’Italia nell’Unione europea di cui siamo uno dei sei soci fondatori.
Se si accettano le condizioni, che definiscono una via di risanamento economico, nei passi operativi così stabiliti conteranno assai più gli obiettivi degli organismi sovranazionali e degli stati forti in essi influenti che gli interessi strategici dello stato oggetto d’aiuto: prevale l’attenzione per il pareggio di bilancio in tempi brevi in modo da confermare la solidità della costruzione europea e passano in secondo piano la tenuta del sistema produttivo, la persistenza degli assetti proprietari a base nazionale, l’addensarsi causa deflazione delle tensioni sociali. Per i prossimi governi italiani sarà fissata non solo l’agenda delle cose da fare – ma questo è un dato strutturale, il risultato di una storica catena di errori – ma anche la lista degli strumenti da usare e la griglia dei tempi: la loro sarà una sovranità molto circoscritta, più che in altri paesi. Un esito del genere, applicato per la prima volta a uno degli stati-chiave dell’Unione, mostra con evidenza la mutazione verso la disparità che colpisce i processi di integrazione.
Se si sfugge alle condizioni, la prospettiva non è tanto più attraente. Il rifiuto degli aiuti vincolati immette in un complicato percorso nazionale che ha l’obbligo di bloccare il deflusso di capitali verso l’estero, far funzionare il credito in condizioni di fiducia incerta, schivare situazioni di illiquidità, gestire turbolenza sociale. A questa scelta difficile il dibattito pubblico – e il giudizio dei cittadini che ne deriva – arriva impreparato. L’Europa non è mai stata un tema centrale per l’opinione pubblica. E’ sempre apparso come un orizzonte dato, un’architettura nella quale eravamo naturalmente inseriti. Anzi, qualcosa di più, almeno da quando negli anni Ottanta anche il Pci accetta la prospettiva europeista: un comune cammino di progresso, uno sviluppo che di per sé accresce il benessere dei popoli. Come tale, privo di conflitti: gli scontri tra gli stati, portatori di specifici interessi nazionali, sono sempre scivolati ai margini senza investire l’attenzione pubblica. L’agiografia europea, che separa il concreto svolgersi dei processi di integrazione affidati agli specialisti dall’immagine divulgata, diventa versione condivisa, ufficialità politica, quasi una nuova langue du bois che sterilizza la riflessione. Il contrappasso è il sostanziale distacco dal sentimento collettivo: l’Europa è uno sfondo avvolgente, ma non suscita interesse o emozione. I suoi effetti, anche quando (introduzione dell’euro) incidono nella vita quotidiana e la rimodellano, sono accolti come eventi inevitabili.
Oggi questa immagine, immanente e quieta, va in pezzi. All’improvviso l’opinione pubblica scopre un processo di integrazione che porta brutte notizie, tocca in negativo l’esistenza di ciascuno e riflette aspre divisioni tra i soci europei. L’orizzonte benefico che forniva il rassicurante complemento a un’identità nazionale da sempre incerta si rivela, dopo un brusco giro di carte, il limite invasivo della sovranità, il veicolo di decisioni che ci vincolano ma non dipendono da noi. In Italia manca una tradizione costituzionale che tematizzi il nesso tra sovranità nazionale e integrazione che la circoscrive, i partiti non sono abituati a discutere le sottigliezze della politica europea, i media si trovano a disagio quando perdono la bussola dell’ottimismo da Unione in crescita.
C’è un terreno di riflessione da costruire mentre le decisioni sono urgenti. Il punto-chiave è capire come si articoli l’interesse nazionale con le diverse strategie oggi realmente in campo per affrontare i problemi che si affollano nell’area euro. Sono almeno quattro i processi ad alto potenziale disgregante oggi in corso sulla scena europea. Nell’orlo meridionale e mediterraneo dell’Unione quattro sistemi economici stanno per schiantarsi e altri due (Italia e Slovenia) sono in forte difficoltà, soprattutto per fragilità proprie ma anche, in misura significativa, per gli effetti negativi derivanti dagli squilibri dell’euro; di quell’orlo solo la Francia, pur con sbandamenti, resiste grazie anche al sostegno politico – e forse tecnico – della Germania. Un buon numero di banche europee mostrano debolezza strutturale e problemi a ricapitalizzare: possono quindi avere bisogno di aiuti dal sistema comunitario. In tutti gli stati dell’area euro cresce la disaffezione verso la moneta unica e verso l’Unione: la crisi attuale rischia di danneggiare per molti anni l’idea dell’integrazione europea. Infine, ma non è il tema minore, entrano in tensione i rapporti con gli Stati Uniti che imputano all’inerzia europea la quota maggiore di responsabilità nell’aggravamento mondiale della crisi.
In questo scenario di progressiva lacerazione si scorgono, riconoscibili e coerenti, tre principali strategie d’azione di cui due di matrice tedesca. La Germania, del resto, è lo stato in Europa che non solo ha l’economia più solida ma anche ha più riflettuto sulle implicazioni dell’integrazione e sull’ingranamento fra sovranità nazionale e poteri degli organismi sovranazionali: il dibattito costituzionale mostra certamente un lato politico in quanto i suoi contenuti influenzano la partita fra le diverse strategie in merito all’evoluzione dell’architettura europea, ma è soprattutto uno sforzo per garantire ai cittadini elettori che la loro quota decisionale nel processo democratico non patisca erosioni come effetto collaterale delle cessioni di sovranità dal livello nazionale a quello sovranazionale.
Delle due strategie tedesche prevale per ora quella che si può definire strategia Merkel. Non immagina espulsioni, se non forse per la Grecia, ma prevede condizioni incisive che, in cambio di sostegno finanziario, si applicano agli stati messi alle corde dal debito e ne riducono la sovranità in materia di politica economica. L’obiettivo è duplice: da un lato ridurre gli impegni a carico degli organi sovranazionali (e della Germania che ne detiene la quota maggiore) attraverso il rapido riequilibrio dei bilanci (pareggio al più presto) e un deciso contenimento del debito; dall’altro accentrare il comando in modo da prevenire ulteriori rischi di scivolamento degli eurodeboli a causa di politiche lassiste: meno poteri a stati e Parlamenti, più poteri – incluso il cruciale controllo sui bilanci nazionali – trasferiti ai vertici sovranazionali (di qui l’attenzione per forme di copertura referendaria). La caduta – via deflazione interna – del tenore di vita negli stati che soggiacciono alle condizioni è considerata un esito inevitabile e, per certi aspetti, positivo in quanto la ricchezza della fase pre crisi includeva gli effetti di un indebitamento (privato e/o pubblico) finito fuori controllo: il rientro nella normalità comporta una pena che è il prezzo da pagare per salvare la casa comune messa unilateralmente a repentaglio. Non provocano traumi né sono sgradite le circostanze che corredano la caduta della ricchezza: deflussi di capitale per lo più verso gli stati forti i cui titoli di debito hanno costi in vistoso calo; indebolimento di rivali nell’export; sfaldamento degli assetti proprietari in settori sensibili con conseguenti occasioni di shopping. Sull’esecuzione della linea strategica affiorano differenze interpretative: sono alle porte le elezioni legislative e i socialdemocratici, che confidano sull’onda espansiva della sinistra (come in Francia, Olanda, Italia), premono per condizioni più restrittive – anche a tutela del welfare interno. Su questo versante hanno peso le questioni poste dal dibattito costituzionale: quanto più vincolanti nel metodo sono i requisiti che la Germania fissa per la propria cessione di sovranità tanto più stringenti diventano le condizioni imposte agli stati che chiedono sostegni.
La seconda strategia è quella delineata dai critici dell’euro (e nostalgici del marco). Sono convinti che l’impianto dell’euro sia sbagliato, non suscettibile di correzioni e quindi avversano tanto gli aiuti quanto le condizioni: poiché l’euro ha messo insieme economie e culture politiche troppo differenti, l’eterogeneità di fondo è insanabile e la moneta unica non potrà mai funzionare. Le condizioni, per quanto severe, non aggiustano i deboli e in questa prospettiva la TransferUnion è alla lunga l’unico esito possibile. Il rifiuto degli aiuti oggi previene domani la spirale delle sovvenzioni e l’ortodossia della Bce è il miglior presidio contro la deriva dei salvataggi bancari e statuali. L’uscita degli stati deboli è una conseguenza naturale che rimedia un errore di costruzione politica e il numero delle vittime è il modo più efficace per stabilire, attraverso un test di sopravvivenza, il perimetro finale di un’area euro omogenea e funzionante.
Le due strategie condividono i principi di fondo e differiscono sulla terapia. I principi condivisi sono l’idea per cui la tutela della sovranità tedesca implica l’azzeramento dei sostegni finanziari, il rifiuto del debito mutualizzato in quanto premio a comportamenti irresponsabili, l’inclinazione a condizionare le quote di decisione in ambito sovranazionale alla sanità di bilancio. Da questo nucleo concettuale emerge la visione di un’area euro 2.0 (copyright Olli Rehn) a bassi divari strutturali, unita nell’ideologia monetaria e di bilancio e quindi con divergenze di politica economica ridotte al minimo, segnata da un esplicito marchio tedesco: il rigetto dell’idea, presente nel neonato progetto di unione bancaria, di porre il corpo principale degli istituti tedeschi, molti dei quali in condizioni non brillanti, sotto la vigilanza della Bce è un indicatore significativo. Le divergenze sui metodi di cura hanno invece un carattere strumentale, tattico e non paiono intralciare la posizione negoziale tedesca: spesso anzi, in un classico gioco di sponda (hard cop soft cop), la rafforzano. In tale quadro per gli stati eurodeboli si configura comunque un orizzonte spiacevole: o un’annessione di cui essi stessi pagano i costi (è l’ipotesi migliore) o un’espulsione in condizioni di grave infermità.
C’è infine una terza strategia realistica che si riallaccia a una tradizionale posizione britannica e nell’Europa continentale appare defilata, poco raccontata: mette l’accento sull’efficacia funzionale di un’area comune di mercato, prevede legami più deboli e volontari per altre aree, considera opportuna la divisione dell’Eurozona per via negoziale secondo linee di omogeneità economica, in base a un giudizio meno poetico di quello che sulla tenuta dei vari stati dettero, all’esordio dell’euro, i leader europei. In questa linea rientra l’esercizio di futurologia compiuto a metà agosto dall’Economist che immagina un’area euro amputata del lato sud (Italia esclusa) e dell’Irlanda. L’idea-base della terza strategia è che il processo di costruzione europea, ora caduto ai minimi storici di credibilità nella coscienza dei popoli, abbia bisogno urgente di un reset: l’ortodossia europeista non ha saputo dare della crisi, che dura ormai da oltre un lustro, una interpretazione all’altezza dei principi proclamati e delle attese collettive; il rilancio verso un’integrazione più ampia, estesa ad altre materie, rischia di creare – in una fase di acri squilibri economici e di crescente disparità politica fra gli stati – dure reazioni di rigetto. Una rivalutazione realistica dello stato di eterogenea varietà in cui versano gli stati chiamati a integrarsi può fare da base per una ripresa meno idealista e meno conflittuale della costruzione europea. E’ da notare che la fase attuale segue un altro periodo opaco di cui amplifica l’effetto negativo – quello del riassetto organizzativo connesso all’allargamento verso est: procedure appesantite, scadimento di standard professionali, Commissione più lenta e appannata.
Fra i passi avanti verso l’unità politica di soggetti votati, come postula la strategia Merkel, a divenire omogenei attraverso un “coordinamento coatto” (Amato) e i passi di lato consigliati dall’empirismo inglese si apre un largo ventaglio di strategie intermedie che hanno fragili basi di realtà. E’ il territorio delle ipotesi che vogliono combinare i vincoli rafforzati alle politiche di bilancio, da adempiere subito, con operazioni volte a mutualizzare in prospettiva futura il debito pubblico. Di fatto contano i vincoli subito: la prospettiva rischia di non trovare mai la congiuntura giusta per realizzarsi. Se ci si attiene al metro dell’efficacia tecnica, progetti come l’emissione da parte di un Fondo europeo – garantito da beni reali conferiti dagli stati – di EuroUnionBond destinati a rilevare parte del debito pubblico dell’eurozona (è la proposta di Prodi e Quadrio Curzio) hanno un valore coesivo e stabilizzante che li rende nel medio periodo quasi ineludibili; se però si valuta l’ostilità, filosofica e morale in primo luogo, delle economie forti a condividere la responsabilità per errori altrui – tale appare loro oltre una certa soglia il debito – commessi da soli, la prospettiva di congiungere misure deflattive individuali (risanamento a breve dei singoli stati) con iniziative (solidali) comuni appare meno probabile. Gli stati dell’orlo mediterraneo rischiano di scambiare una costosa annessione con la promessa di un vantaggio illusorio che svanirà nel fuoco dei prossimi passaggi di crisi.
In questo contesto la decisione sull’adesione alle condizioni assume un valore cruciale. Nel momento in cui la terza economia dell’area euro richiede un aiuto temporaneo, privo di garanzie per il futuro e in cambio consegna allo stato leader la propria politica economica, offrendo così una sostanziale ipoteca sul proprio apparato produttivo, la strategia Merkel ottiene un avallo di enorme importanza e di fatto si qualifica come inevitabile: il passo italiano di sottomissione vale come precedente e come benchmark per gli altri stati dell’euro, tutti quanti – tranne la Francia – più piccoli e/o meno solidi.
La scelta tocca oggi a un governo tecnico e forse, in condizioni meno complesse, sarebbe utile una consultazione popolare. Se decide, con una valutazione di prospettiva, di sfuggire all’area euro 2.0 e al “destino di eterodirezione” (De Rita) che essa implica, il governo sa che la via non è semplice: muoversi controcorrente richiede sforzi di grande portata. Occorre, è quasi ovvio dirlo, proseguire l’opera di riduzione del perimetro pubblico inefficiente o non competitivo (con il privato): il taglio del debito, che è il nostro principale fattore di vulnerabilità, è il fronte più urgente, soprattutto se si considerano i ritardi storicamente accumulati. Ma è anche importante rivalorizzare quelle relazioni politiche, esterne all’area euro ma essenziali nella storia italiana, che al momento, per ragioni diverse, appaiono compresse nella gabbia del coordinamento coatto: dagli Stati Uniti, che considerano l’asse degli esportatori consolidato tra Germania e Cina un moltiplicatore degli squilibri mondiali (genera surplus poco riutilizzati provocando effetti depressivi diffusi) e un elemento geopolitico avverso (comprime l’azione americana e divide l’occidente), alla Turchia, delusa per il lungo ostruzionismo al suo ingresso Ue, dai paesi arabi alla Russia.
In un contesto così articolato esiste spazio politico per delineare accordi regionali nel lembo mediterraneo, nonché tra aree dell’Unione e aree esterne come Turchia, paesi arabi, Russia, in grado di creare alternative ai sostegni condizionati e all’accentramento del comando. Evitare di sancire disparità di status – applicate anche agli stati di maggior rilievo – e rimandare, in una fase che non assicura equilibri paritari e solidali, ulteriori cessioni di sovranità è forse il modo migliore per assicurare al progetto dell’integrazione una prospettiva di lunga durata.
di Antonio Pilati